Arte e industria 6/1/1963

Arte e industria

6/1/1963

Un dissidio che ha origine in un’educazione di tipo classicistico

Il problema dei rapporti tra arte e industria nasce nel momento in cui l’avvento della macchina trasforma i metodi di produzione spostandoli dal piano artigianale a quello industriale. La macchina si sostituisce alla mano dell’artigiano producendo oggetti in serie, tutti perfettamente identici, sottratti, si direbbe, all’intervento diretto dell’uomo e quindi privi, per definizione, di ogni potenzialità estetica. L’artista, e l’architetto, si disinteressano, all’ora, dei nuovi ritrovati della tecnica e dei nuovi metodi di produzione industriale, considerando le realizzazioni dovute ai nuovi materiali (al ferro, ad esempio) come dei fatti puramente ingegnereschi. Un grossa frattura si verifica, di conseguenza, tra la tecnica da una parte e l’arte dall’altra.

Alla storia di questa frattura e ai diversi tentativi di comporla, messa in opera dagli artisti e dai sociologi da un secolo a questa parte, è dedicato il libro pubblicato da Herbert Read nel 1934 col titolo appunto di « Art and Industry » e ora finalmente prodotto in Italia (Herbert Read, Arte e Industria, Lerici, Milano 1962). Il volume, presentato da Gillo Dorfles e riccamente illustrato, muove infatti dalla costatazione della frattura verificatasi, all’inizio della era industriale, tra arte e industria, e si sofferma sui primi tentavi compiuti per sanare quella frattura. L’autore sottolinea a questo proposito, come criteri seguiti per condurre a termine quella operazione erano viziati in partenza a causa del loro carattere eclettico, giacché essi intendevano comporre quel dissidio applicando ai nuovi prodotti della tecnica moduli e forme attinti agli stili storici, anziché porsi il problema di creare nuovi standards formali adatti ai procedimenti di produzione meccanica.

L’equivoco era dovuto alla educazione di tipo classicistico imperante ed alla distinzione tra « arti belle » e « arti applicate », distinzione che risaliva sino al Rinascimento. Nel Medio Evo, invece, osserva Herbert Read, quella separazione non esisteva ancora e l’artista non si considerava un individuo diverso dai suoi simili ma tendeva ad integrarsi nella società.

In questo suo vagheggiamento nel Medio Evo, inteso con una società integrata ed armonica, l’autore riprende un tema caro alla tradizione inglese, al Ruskin, cioè, ed al Morris e da questi ereditato dalla maggior parte dei pionieri del movimento architettonico moderno.

A questi, e in particolare a Walter Gropius ed al Bauhaus, appare legato Herbert Read in questo suo libro del ´34, nel quale egli propone, seguendo appunto la lezione del gruppo olandese di De Stijl e la didattica del Bauhaus, una integrazione di arte e vita collettiva attraverso la mediazione della tecnica.

L’autore, però, da buon erede di Morris, non si lascia prendere troppo dalla stretta ortodossia razionalistica e, pur rivalutando l’arte applicata, nel senso che conferisce ad essa la stessa dignità della cosiddetta arte pura, rifiuta la riduzione della bellezza alla funzione, rivelando una spiccata propensione, più che per le forme geometriche, per un tipo di forme che oggi chiameremmo organico. Parlando, ad esempio, della divina proporzione e della sua enorme importanza nella storia delle arti plastiche, il Read tiene a precisare che una legge matematica non può essere applicata ferreamente all’arte e si rifà in proposito, alla autorità di J. Ruskin, il quale sosteneva che « tutte le belle linee sono disegnate seguendo leggi matematiche che siano organicamente trasgredite ».

Arte e industria 6/1/1963
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